N. 453/03  REG.RIC.

N.  217     REG.SEN.

ANNO 2005

   R E P U B B L I C A    I T A L I A N A

   IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

   IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

   PER L'EMILIA-ROMAGNA

SEZIONE DI PARMA

composto dai Signori:

   Dott. Gaetano Cicciò Presidente       

   Dott. Umberto Giovannini Consigliere Rel.est

   Dott.  Italo Caso                                 Consigliere

   ha pronunciato la seguente

   SENTENZA

sul ricorso n. 453 del 2003, proposto da Telecom Italia Mobile s.p.a.,  rappresentata e difesa dall’Avv. Giuseppe DE VERGOTTINI ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. Maurizio PALLADINI, in  Parma, vicolo Mulini n. 6      

contro

- Comune di Reggio Emilia, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’Avv. Guglielmo SAPORITO e dall’Avv. Santo GNONI ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Giorgio PAGLIARI, in Parma, borgo Antini n. 3;         

- A.R.P.A. – Sezione Prov.le di Reggio Emilia,  in persona del Direttore p.t., non costituita in giudizio;

- Azienda U.S.L. di Reggio Emilia, in persona del legale rappresentante p.t., non costituita in giudizio; 

   per  l’annullamento

previa sospensiva, della nota in data 12/9/2003, con cui lo Sportello Unico per le imprese del Comune di Reggio Emilia ha comunicato alla società ricorrente che “la conferenza dei servizi in data 12/9/ u.s., non ha approvato, per le motivazioni espresse nel relativo verbale, il progetto relativo alla richiesta di riesame dell’istanza di realizzazione di un impianto di telefonia mobile in via S. Stefano n. 50”, nonché del predetto verbale della Conferenza dei Servizi del 12/9/2003, ivi compresi i pareri allo stesso allegati  e ove occorra, dell’atto amministrativo, allo stato sommariamente conosciuto, recante un presunto “criterio convenuto con il coordinamento provinciale dei Servizi di Igiene Pubblica in applicazione dell’art. 9, 2° comma della L.R. n. 30 del 2000 e s.m.” che la stessa A.R.P.A. cita al par. 5 del proprio parere in data 11/9/2003 quale presupposto di ogni valutazione relativa al perseguimento del c.d. obiettivo di qualità della minimizzazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici nelle aree destinate ad attrezzature sanitarie, assistenziali e scolastiche previsto dall’art. 9 della L.R. n. 30 del 2000.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Amministrazione  Comunale intimata;

Viste le memorie presentate dalle parti a sostegno delle rispettive difese e preso atto della tardività della memoria depositata dal Comune di Reggio Emilia in data 12/2/2005.

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore, alla pubblica udienza del 22/2/2005, il dr. Umberto GIOVANNINI; uditi, altresì, l’Avv. PALLADINI, in delegata sostituzione dell’Avv. DE VERGOTTINI per la società ricorrente, nonché l’Avv. GNONI e l’Avv. PAGLIARULO, in delegata sostituzione dell’Avv. SAPORITO per l’Amministrazione Comunale resistente;

Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:

   FATTO 

Con il ricorso n. 453 del 2003, notificato il 21/11/2003 e depositato il 5/12/2003, la ricorrente chiede l’annullamento, previa sospensiva, degli atti indicati in epigrafe.

La società dopo avere esposto le principali circostanze di fatto relative alla controversia in esame, deduce, a sostegno dell’impugnativa, i seguenti motivi in diritto:

  1. Violazione per falsa applicazione dell’art. 9, comma 2, della L.R. n. 30 del 2000 e dell’art. 9, comma 2, dela Delibera della G.R. 20/2/2001 n. 197; Eccesso di potere sotto ogni profilo sintomatico;

L’unico motivo per cui il Comune di Reggio Emilia ha negato ha T.I.M. s.p.a. l’autorizzazione alla installazione di una stazione radio base per la telefonia mobile in co-siting con H3G s.p.a. in via E. S.Stefano n. 50 è la ritenuta non conformità del progetto dell’impianto ad un preteso criterio di non incremento del fondo elettromagnetico preesistente sui ricettori sensibili presenti in zona, desunto da un calcolo che A.R.P.A. e A.U.S.L. avrebbero convenuto in attuazione del principio di cui all’art. 9, comma 2, della L.R. Emilia – Romagna n. 30 del 2000 ed art. 9, comma 2, della Deliberazione della Giunta Regionale n. 197 del 2001.

Attraverso tale meccanismo, A.R.P.A. e A.U.S.L. hanno determinato un nuovo criterio di calcolo di un presunto valore limite finale ammesso dell’incremento del fondo elettromagnetico preesistente.

Così operando, tali organismi hanno violato sia le suddette disposizioni regionali, che non consentono agli enti territoriali di introdurre nuovi limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, ma solo di individuare obiettivi di qualità tesi alla minimizzazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici degli utenti, sia la normativa statale che individua detti limiti.

Con il criterio di calcolo contestato, quindi, è stato illegittimamente definito e applicato un nuovo valore di campo elettromagnetico da rispettarsi nell’installazione di impianti di telefonia radiomobile diverso dal “limite di esposizione” (20 V/m) e dal “valore di attenzione” (6 V/m) previsti dal D.M. n. 381 del 1998 e confermati dal D.P.C.M. 8/7/2003 emanato in attuazione della legge quadro  n. 36 del 2001.

La ricorrente ha progettato l’impianto non autorizzato prevedendo, per l’esercizio dello stesso, valori di campo elettromagnetico che sono i più bassi possibili compatibilmente con la adeguata qualità del servizio da erogare e, pertanto, aventi anche il minore scostamento possibile dal valore del fondo elettromagnetico preesistente, come evidenziato da T.I.M. in sede di conferenza dei servizi e che i valori di emissione dell’impianto non potrebbero essere ulteriormente riconfigurati in ribasso senza impedire la stessa possibilità del servizio di telefonia radiomobile.

In ogni caso, anche A.R.P.A. avrebbe ammesso – in sede di conferenza dei servizi – che i valori di emissione dell’impianto supererebbero di poco quelli determinati localmente e finalizzati a minimizzare tali emissioni.

Gli impugnati provvedimenti sono pertanto palesemente illegittimi, nella parte in cui essi determinano ed applicano un nuovo limite di esposizione ai campi elettromagnetici non previsto dalla normativa regionale.

  1. Violazione e falsa applicazione dell’art. 9, comma 2, della L.R. n. 30 del 2000 e dell’art. 9, comma 2, della Del. G.R. n. 197 del 2001; Violazione e falsa applicazione del D.M. n. 381 del 1998 e del D.P.C.M. 8/7/2003; Violazione della L. n. 36 del 2001;

Il Comune di Reggio Emilia, nel recepire e dare applicazione al limite di esposizione ai campi elettromagnetici determinato da A.R.P.A. nella forma di un valore teorico massimo di scostamento dal fondo elettromagnetico preesistente, ha violato anche le competenze in materia di tutela della salute nei confronti dell’inquinamento elettromagnetico che sono riservate allo Stato ai sensi dell’art. 8 della legge quadro n. 36 del 2001.

La Corte Costituzionale, con le sentenze n. 307 e n. 331 del 2003, ha ribadito che l’individuazione di “limiti di esposizione”, di “valori di attenzione” e di “ valori di campo ai fini della progressiva minimizzazione dell’esposizione” riguardo all’inquinamento elettromagnetico rientrano nelle attribuzioni esclusive dello Stato mentre sarebbe attribuita alle Regioni l’individuazione di “ulteriori obiettivi di qualità”, consistenti in criteri localizzativi, standard urbanistici, prescrizioni e incentivazioni.

La Corte ha altresì stabilito, in dette pronunce, che la fissazione di limiti a livello dei valori soglia, non è derogabile dalle Regioni nemmeno in senso restrittivo.

In definitiva, la chiara normativa in materia, le citate sentenze della Corte Costituzionale e il costante orientamento della giurisprudenza amministrativa portano ad escludere ogni competenza in capo ai Comuni riguardo al piano sanitario a tutela delle emissioni elettromagnetiche.

§ § §

L’Amministrazione Comunale resistente, costituitasi in giudizio, ritenendo infondato il ricorso, ne chiede la reiezione, vinte le spese.

§ § §

Alla pubblica udienza del  22/2/2005, la causa è stata chiamata: il patrono della ricorrente insiste per la declaratoria di intervenuta cessazione della materia del contendere, alla quale si oppone la difesa dell’Amministrazione Comunale resistente.

La causa, quindi, è stata trattenuta per la decisione, come da verbale.

DIRITTO

Con il presente ricorso, T.I.M. s.p.a. chiede l’annullamento del provvedimento con il quale il Comune di Reggio Emilia – all’esito di apposita Conferenza dei Servizi – le ha negato l’autorizzazione ad installare un impianto di telefonia mobile in Reggio Emilia, via Emilia S. Stefano n. 50.

In via preliminare, il Tribunale ritiene di non accogliere la richiesta  avanzata della società ricorrente con la memoria depositata in data 1/2/2005, diretta ad ottenere declaratoria di sopravvenuta cessazione della materia del contendere del ricorso in esame per effetto del  rilascio, da parte del Comune di Reggio Emilia, in data 8/10/2004, della richiesta autorizzazione alla realizzazione dell’impianto di telefonia mobile in questione.

Risulta in atti e, in particolare, dallo stesso provvedimento citato dalla ricorrente, che l’Amministrazione Comunale, adottando tale atto non ha proceduto ad una nuova ed autonoma valutazione della richiesta di T.I.M., ma ha dato mera esecuzione a quanto statuito dal Consiglio di Stato con l’ordinanza n. 3190 del 2004 che, in riforma della precedente ordinanza di questo T.A.R. recante la reiezione dell’istanza cautelare proposta dalla ricorrente, ha accolto la stessa, disponendo che l’Amministrazione Comunale riesaminasse l’istanza di autorizzazione del predetto gestore unicamente in relazione alla conformità dell’impianto da realizzarsi “…ai limiti di compatibilità radioelettrica fissati con D.P.C.M. 8/7/2003”.

E’ evidente, pertanto, che essendosi l’Amministrazione Comunale strettamente attenuta alla decisione cautelare dei giudici di Palazzo Spada, all’atto di autorizzazione in data 8/10/2004 debba attribuirsi unicamente l’efficacia interinale e provvisoria propria dei provvedimenti aventi tale natura e che è destinata a venire meno alla data di pubblicazione della sentenza che decide, nel merito, la causa.

Scendendo ad esaminare i motivi di ricorso, il Collegio deve osservare che entrambi censurano il gravato diniego di autorizzazione rilevandone il contrasto, rispettivamente, nell’un caso con  la normativa regionale - L.R. Emilia Romagna n. 31/10/2000 n. 30 (Norme per la tutela dell’ambiente dall’inquinamento elettromagnetico) e, nell’altro caso nei confronti della L. 22/2/2001 n. 36  (Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici).  

Più specificamente, con il primo mezzo d’impugnazione T.I.M. s.p.a. sostiene che il gravato diniego di autorizzazione costituisca falsa applicazione dell’art. 9, comma 2, della citata norma regionale perché l’Amministrazione Comunale, nell’applicare all’istanza della ricorrente un particolare criterio tecnico, elaborato da A.R.P.A e A.U.S.L. di Reggio Emilia, di rilevazione dell’incremento del fondo elettromagnetico esistente in una determinata area in corrispondenza dell’installazione di un nuovo impianto di telefonia mobile, in realtà non avrebbe perseguito quegli obiettivi di qualità diretti alla minimizzazione delle emissioni elettromagnetiche che, secondo la suddetta disposizione regionale, rientrerebbero nelle attribuzioni dei Comuni, ma, all’opposto, avrebbe surrettiziamente introdotto un nuovo limite sanitario a tali emissioni, non previsto e tanto meno consentito né dalla norma regionale né dalla relativa disciplina applicativa di cui all’art. 9, comma 2, della deliberazione della Giunta Regionale n. 197 del 2001.

Conseguentemente, con il secondo mezzo, la difesa della ricorrente rileva il contrasto  dello stesso provvedimento comunale stavolta in riferimento alla citata legge quadro statale in materia, laddove essa, all’art. 4, 1° comma lett. a) attribuisce allo Stato – in via esclusiva – l’esercizio delle funzioni relative “alla determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in quanto valori di campo come definiti dall’art. 3, comma 1, lettera d) n. 2) in considerazione del preminente interesse nazionale alla definizione di criteri unitari e di normative omogenee in relazione alle finalità di cui all’art. 1;”.

Il Tribunale ritiene che dette considerazioni non siano condivisibili.

Invero, dal provvedimento negativo impugnato emerge che la Conferenza dei Servizi convocata per riesaminare l’impianto progettato della ricorrente (già oggetto di precedente diniego) – a seguito della presentazione, da parte della stessa società, di nuova documentazione sostitutiva di quella originariamente allegata al progetto, ha respinto nuovamente la richiesta di autorizzazione,  ritenendo in concreto possibile e tecnicamente attuabile “…un ulteriore contenimento del campo elettromagnetico previsto.”.

A tale conclusione l’Amministrazione Comunale è pervenuta  a seguito dei pareri espressi nella stessa Conferenza da A.R.P.A. e Azienda U.S.L., con i quali, in special modo il primo organo tecnico, ha riferito di avere accertato che, con la realizzazione del nuovo impianto di T.I.M. s.p.a., che andrebbe ad aggiungersi a quello, già installato nello stesso sito, da altro gestore (H3G), l’incremento del fondo elettromagnetico preesistente nella zona (peraltro calcolato nel modo più favorevole a T.I.M. e cioè comprendendo in questo dato anche le emissioni elettromagnetiche dell’impianto di H3G) supererebbe  i 3 V/m.

Tale misura è considerata da A.R.P.A. quale misura meramente indicativa diretta a differenziare tra loro quegli incrementi del fondo elettromagnetico preesistente che in assoluto e senza necessità di alcuna prova ulteriore da parte del gestore interessato ad una nuova installazione risultano soddisfare gli obiettivi di minimizzazione da perseguire riguardo alla realizzazione di nuovi impianti in aree limitrofe a quelle in cui si trovano recettori c.d. “sensibili” da incrementi del fondo più elevati per i quali, tuttavia, il gestore del servizio di telefonia mobile e proprietario dell’impianto potrà ugualmente ottenere il rilascio dell’autorizzazione,  provvedendo - sempre nell’ottica della minimizzazione delle emissioni elettromagnetiche – o ad un ulteriore abbassamento dei valori di quelle promananti dal proprio impianto o a documentare che, nella specie, anche mediante l’utilizzo delle più avanzate tecnologie disponibili, non sarebbe tecnicamente possibile o una diversa localizzazione dell’impianto o un ulteriore abbassamento di detti valori se non a scapito della necessaria ed integrale “copertura” del territorio che il gestore del servizio di telefonia mobile deve fornire tramite l’impianto progettato.

Ritiene pertanto il Collegio che il descritto criterio adottato da A.R.P.A. e dalla Azienda U.S.L. di Reggio Emilia, nella specie applicato dall’Amministrazione Comunale resistente, non costituisca un ulteriore e non consentito limite di esposizione o valore di attenzione ai campi elettromagnetici rispetto a quelli previsti dalla L. n. 36 del 2001 ed in concreto determinati prima con il D.M. n. 381 del 1998 e successivamente con il D.P.C.M. n. 817 del 2001, non fissando esso alcun limite inderogabile né in termini di esposizione o di valori di attenzione rispetto a detti campi, né, infine,  fissando limiti distanziometrici  tra impianti di telefonia mobile e aree in cui sono situati “recettori sensibili”.

D’altra parte, si deve rammentare che la stessa legge quadro, all’art. 8, ultimo comma, attribuisce specificamente ai Comuni il ruolo di perseguire, in sede locale, l’obiettivo di minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici; il che presuppone, secondo logica, che siano destinatari di tali attribuzioni, in sede di autorizzazione comunale, proprio quegli impianti che, pur rispettando i limiti di esposizione e i valori di attenzione previsti nelle predette fonti regolamentari statali, dovendo essere localizzati vicino ad aree in cui sono situati recettori sensibili, necessitano di ogni possibile sforzo ed intervento da parte del Comune e del gestore degli impianti per ridimensionarne ulteriormente le emissioni elettromagnetiche.

Né può pervenirsi a diverse conclusioni ove si consideri la già citata disciplina regionale in materia, dato che l’art. 9, 2° comma, della L.R. n. 30 del 2000 statuisce, proprio in riferimento a nuovi impianti da localizzarsi nei centri abitati in prossimità di aree destinate ad attrezzature sanitarie, assistenziali e scolastiche (c.d. recettori sensibili), che tale operazione debba avvenire “…perseguendo obiettivi di qualità che minimizzino l’esposizione ai campi elettromagnetici in tali aree”.

E’ evidente, infatti, che debba essere proprio l’Amministrazione Comunale, in sede di rilascio dell’autorizzazione di sua competenza, a perseguire detti obiettivi di qualità, adottando tutte le misure necessarie affinché – ferma la necessità che il servizio di telefonia mobile possa integralmente “coprire” l’area interessata – le emissioni promananti dal nuovo impianto siano le più basse possibili.

Se poi si esamina la direttiva regionale applicativa della suddetta normativa regionale, adottata dalla Giunta Regionale con la deliberazione n. 197 del 2001, non può che uscirne ulteriormente rafforzata la tesi difensiva del Comune – sul punto condivisa, come si è detto, dal Collegio - in ordine alla finalità di minimizzazione delle emissioni di campo elettromagnetico assolta dalla stessa Amministrazione Comunale con l’applicazione, riguardo all’impianto della ricorrente, del criterio tecnico approntato da A.R.P.A. e A.U.S.L. di Reggio Emilia.

E’ la stessa direttiva, infatti, che all’art. 9, 2°comma, chiarisce che l’obiettivo di qualità della minimizzazione dell’esposizione ai campi elettromagnetici promanante da impianti da localizzarsi in prossimità delle aree in questione può dirsi raggiunto “…quando il valore del campo elettrico risulta, compatibilmente con la qualità del servizio da erogare, il più vicino possibile al valore del fondo preesistente”.

Ritiene pertanto il Collegio che il provvedimento impugnato sia immune dai vizi evidenziati in ricorso, tenuto anche conto del fatto che la ricorrente, nella conferenza di servizi in data 12/9/2003, non risulta avere supportato la mera e per molti aspetti irrilevante dichiarazione secondo la quale l’impianto progettato avrebbe i più bassi valori di emissioni tra quelli dalla medesima installati in Regione, con la documentazione tecnica di cui sopra, attestante la materiale impossibilità sia di localizzare altrove l’impianto sia di potere ulteriormente ridurne le emissioni elettromagnetiche se non a scapito della possibilità di copertura integrale del servizio sul territorio.

Per le ragioni suesposte, il ricorso è respinto.       

Il Collegio ritiene, tuttavia, che sussistano giusti motivi per compensare integralmente, tra le parti, le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia-Romagna, Sezione di Parma, definitivamente pronunziando sul ricorso n. 453 del 2003, di cui in epigrafe, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa.

Così deciso in Parma, nella camera di consiglio del 22 febbraio 2005.

f.to Gaetano Cicciò    Presidente

f.to Umberto Giovannini   Consigliere Rel.Est. 

Depositata in Segreteria ai sensi dell’art.55 L. 27/4/82, n.186.

Parma, lì 20 aprile 2005

f.to Eleonora Raffaele   Il Segretario

fg 

NRG.453/2003